III domenica di Quaresima – 28 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13, 1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Il Vangelo ci sprona alla conversione del cuore. L’idea di fondo è chiara: noi non siamo meno peccatori degli altri, che hanno subito una morte ignominiosa. Tutti siamo altrettanto peccatori, e tutti abbiamo bisogno della misericordia divina. E questa misericordia divina è quella che viene sp abbondantemente in questo tempo quaresimale. E ora il tempo della salvezza, è questo il tempo della conversione.

La parabola del fico sterile ci mostra la pazienza aspetta sempre il momento opportuno per la conversione del peccatore. Vediamo che la nostra vita è, in un certo modo, la visita buon agricoltore che vanga e cura il fico affinché dia frutto. Questa conversione ha luogo dentro l’uomo, quando l’uomo entra dentro stesso e rende autentica la sua vita, quando vede che le sue azioni non corrispondono con ciò che professa e, come il cieco dalla strada, supplica: «Figlio di David, pietà di me». Non è sensato rimandare la conversione dell’ani ma. Non lo è, perché non sappiamo l’ora del termine finale de nostro passaggio su questa terra. Non lo è, perché solo la con versione a Dio ci rende davvero felici e ricolma la nostra anima di frutti. Non lo è, perché anche gli altri fratelli, che pure son di passaggio, insieme a me, in questa vita hanno bisogno di Di e della mia testimonianza di vita.

O Signore Gesù, tu che non ti sei adeguato alla mentalità di collegare le disgrazie alla colpa e alla vergogna, guarda con tenerezza a tutti quelli, poveri, esclusi e sofferenti ai quali alla disgrazia è aggiunto il giudizio della gente o Signore Gesù, donaci la lucidità di imparare dai fatti, di comprendere la lezione dagli errori che ci hanno causato dolori. E rendi il nostro cuore capace, libero dai condizionamenti, di scegliere il bene.

(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

II domenica di Quaresima – 21 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

L’episodio avviene prima della salita di Gesù a Gerusalemme quando l’attività in Galilea sta per concludersi e i la pro interrogano della missione di Gesù. Nonostante professione di fede di Pietro, i discepoli faticano a entrare in una logica diversa da quella umana. Per loro non è scontato accettare la croce nella propria vita. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, che in precedenza erano stati testimoni della vittoria di Gesù sulla morte, e sale sul monte a pregare. Mentre vive questo momento di intimità con il Padre, cambia aspetto. Gesù vuol far capire ai suoi discepoli che per penetrare nel progetto di Dio ed essere da lui trasformati è necessario fare spazio nella propria vita ad un dialogo profondo con il Padre. Mosè, che rappresenta la legge, ed Elia, che rappresenta i profeti, sono uomini la cui missione è passata attraverso il dramma della prova. Essi parlano con Gesù «del suo esodo (la morte) che sarebbe avvenuto a Gerusalemme, e gli mostrano come tutto ciò fosse in conformità con il piano divino della Salvezza: la gloria di Gesù passa per il dono totale di sé. I discepoli vedono la gloria di Gesù senza capire che è la sofferenza che permette di entrarvi. La nube rappresenta la presenza di Dio, ed è per questo che i discepoli si intimoriscono. La «voce» che esce dalla nube svela pienamente l’identità di Gesù: è colui che è perfettamente obbediente alla volontà del Padre, in intima comunione con lui nella preghiera, nella sofferenza e nella gloria. Da qui la conseguenza dell’ascolto I discepoli si dispongono a proseguire il cammino nella sequela di Gesù ascolto della sua parola rimanendo in silenzio. Solo alla luce della Pasqua sapranno, con coraggio, esserne testimoni.

 
Signore Gesù, in questa domenica ci sveli la vera e definitiva condizione umana nella tua trasfigurazione. Ti ringraziamo che ci hai resi partecipi della tua vita gloriosa nella celebrazione eucaristica. o Signore Gesù, tu sei sempre al nostro fianco, specialmente nei momenti difficili. Arricchisci la nostra esperienza di vita con la certezza della nostra risurrezione e ancora il nostro desiderio di felicità nella tua vita risorta.

(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

 

Santa Gianna Beretta Molla

giannaberettamollaGianna Beretta nacque a Magenta, Milano il 4 ottobre 1922. Già dalla fanciullezza accoglie con piena adesione il dono della fede e l’educazione limpidamente cristiana. La Prima Comunione, all’età di cinque anni e mezzo, segna in Gianna un momento importante, dando inizio ad un’assidua frequenza all’Eucaristia.

La sua fanciullezza è piena di tante difficoltà e sofferenze: cambiamento di scuole, salute cagionevole, trasferimenti della famiglia, malattia e morte dei genitori. Tutto questo però non produce traumi o squilibri in Gianna, data la ricchezza e profondità della sua vita spirituale.

 Durante un corso di S. Esercizi Spirituali, nel marzo 1938, Gianna, a soli quindici anni e mezzo, fece l’esperienza fondamentale e decisiva della sua vita. Di questi Esercizi è rimasto il quadernetto di Ricordi e Preghiere di Gianna, tra i cui propositi si legge: “Voglio temere il peccato mortale come se fosse un serpente; e ripeto di nuovo: mille volte morire piuttosto che offendere il Signore”.

 Negli anni del liceo e dell’università traduce la sua fede in un impegno generoso tra le giovani di Azione Cattolica e di carità verso gli anziani e i bisognosi. Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1949 all’Università di Pavia, apre nel 1950 un ambulatorio medico; si specializza in Pediatria nell’Università di Milano nel 1952 e predilige, tra i suoi assistiti, mamme, bambini, anziani e poveri. Ama dire: «Chi tocca il corpo di un paziente, tocca il corpo di Cristo»;

Mentre compie la sua opera di medico, che sente e pratica come una «missione», accresce il suo impegno generoso nell’Azione Cattolica, prodigandosi per le «giovanissime» e, al tempo stesso, esprime con gli sci e l’alpinismo la sua grande gioia di vivere. Si interroga, pregando e facendo pregare, sulla sua vocazione che considera anch’essa un dono di Dio.

Per un breve periodo, le balena l’idea di diventare missionaria laica come medico; ma il Signore le ha preparato un’altra strada e le fa incontrare l’8 dicembre 1954, l’ingegnere Pietro Molla. Come animatrice del circolo di Azione Cattolica, dedica all’Associazione molto del suo tempo libero, preparando per le socie incontri, feste e ritiri per la loro formazione spirituale.Gianna e Pietro vissero il loro amore alla luce della fede. “Carissimo Pietro…”, gli scrisse Gianna nella sua prima lettera, il 21 febbraio 1955, “ora ci sei tu, a cui già voglio bene ed intendo donarmi per formare una famiglia veramente cristiana.”Gianna godette il periodo del fidanzamento, radiosa nella gioia e nel sorriso. Ringraziava e pregava il Signore. Si preparò spiritualmente a ricevere il “Sacramento dell’Amore” con un triduo, S. Messa e S. Comunione, che propose anche al futuro marito: Pietro nella Chiesetta della Madonna del Buon Consiglio a Ponte Nuovo, lei nel Santuario dell’Assunta a Magenta.

Pietro e Gianna si sposano il 24 settembre 1955 nella basilica di San Martino in Magenta. Fu moglie felice, e il Signore presto esaudì il suo grande desiderio di diventare mamma più che felice di tanti bambini: il 19 novembre 1956 nacque Pierluigi, l’11 dicembre 1957 Maria Zita (Mariolina) e il 15 luglio 1959 Laura.

Nel settembre 1961, verso il termine del secondo mese di gravidanza, è raggiunta dalla sofferenza e dal mistero del dolore; insorge un fibroma all’utero. Prima del necessario intervento operatorio, pur sapendo il rischio che avrebbe comportato il continuare la gravidanza, supplica il chirurgo di salvare la vita che porta in grembo e si affida alla preghiera e alla Provvidenza. La vita è salva, ringrazia il Signore e trascorre i sette mesi che la separano dal parto con impareggiabile forza d’animo. Trepida, teme che la creatura in seno possa nascere sofferente e chiede a Dio che ciò non avvenga.

 Nel pomeriggio del 20 aprile 1962, Venerdì Santo, Gianna fu nuovamente ricoverata nell’Ospedale S. Gerardo di Monza, Il mattino del 21 aprile, Sabato Santo, diede alla luce Gianna Emanuela, e per Gianna iniziò il calvario della sua passione, che si accompagnò a quella del suo Gesù sul Monte Calvario. Già dopo qualche ora dal parto le condizioni generali di Gianna si aggravarono: Ha rifiutato ogni calmante per essere sempre consapevole di quanto avveniva e presente a se stessa. Non solo, ma per essere lucida nel suo rapporto con il suo Gesù, che costantemente invocava”. “Sapessi quale conforto ho ricevuto baciando il tuo Crocifisso!”, le disse Gianna, “Oh, se non ci fosse Gesù che ci consola in certi momenti!…”.

 Alcuni giorni prima del parto, pur confidando sempre nella Provvidenza, è pronta a donare la sua vita per salvare quella della sua creatura: «Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete – e lo esigo – il bimbo. Salvate lui». Il mattino del 21 aprile 1962, dà alla luce Gianna Emanuela e il mattino del 28 aprile, nonostante tutti gli sforzi e le cure per salvare entrambe le vite, tra indicibili dolori, dopo aver ripetuto la preghiera «Gesù ti amo, Gesù ti amo», muore santamente. All’alba del 28 aprile, Sabato in Albis, venne riportata nella sua casa di Ponte Nuovo, dove morì alle ore 8 del mattino. Aveva solo 39 anni.

Dopo essere sepolta nel Cimitero di Mesero si diffuse rapidamente la fama di santità per la sua vita e per il gesto di amore grande, incommensurabile, che l’aveva coronata.

Gianna è inserita nel Martirologio romano perché, in un atto d’amore, scelse la morte per far nascere un’altra vita. Fu beatificata da Giovanni Paolo II il 24 aprile 1994, nell’Anno Internazionale della Famiglia e canonizzata da Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004.

«Dell’amore divino Gianna Beretta Molla fu semplice, ma quanto mai significativa messaggera. Sull’esempio di Cristo, che “avendo amato i suoi… li amò sino alla fine” (Gv 13,1), questa santa madre di famiglia si mantenne eroicamente fedele all’impegno assunto il giorno del matrimonio. Il sacrificio estremo che suggellò la sua vita testimonia come solo chi ha il coraggio di donarsi totalmente a Dio e ai fratelli realizzi se stesso. Possa la nostra epoca riscoprire, attraverso l’esempio di Gianna Beretta Molla, la bellezza pura, casta e feconda dell’amore coniugale, vissuto come risposta alla chiamata divina!».

dall’omelia di Giovanni Paolo II per la canonizzazione, 16 maggio 2004

Frasi di Santa Gianna

La devozione alla Mamma Celeste fu in Gianna intensa e determinante:

Amare la Madonna = confidenza tenera nelle nostre difficoltà. La Madonna è la Mamma non può lasciar cadere la nostra domanda.”    (anni 1947 – 1948)

Alle nuove Delegate delle Giovanissime di Azione Cattolica: “Amate le vostre bambine, vedete in loro Gesù fanciullo e pregate tanto per loro,   tutti i giorni mettetele sotto la protezione di Maria Santissima.”   (anno 1948)

L‘ apostolato

 Noi dell’Azione Cattolica dobbiamo dare del divino alle anime, non dell’umano. Ma capite bene che per poter dare dobbiamo avere, cioè dobbiamo possedere Dio.

Più si sente il desiderio di dare molto, e più sovente bisogna ricorrere alla sorgente che è Dio.”                                              

                  (lunedì 11.11.1946)

 “Pretendere di essere apostoli, di far parte dell’Azione Cattolica e non partecipare  poi al sacrificio del Salvatore del mondo è pura immaginazione e illusione! Azione Cattolica è Sacrificio, non dimentichiamolo. Dobbiamo sempre accettare i sacrifici che ci vengono chiesti. Non ritirarsi quando ciò che vi si chiede di fare costa tempo, costa fatica, costa sacrificio. Le persone tiepide il Signore le detesta. La semigenerosità Gesù non l’amava.”

           (lunedì 30.12.1946)

La gioia

Noi, compreso che la gioia viene da Gesù, con  Gesù nel cuore portiamo gioia. Egli sarà la forza che ci aiuta.”                     (Quaderno dei ricordi  durante i SS. Esercizi, ? 1944 -1948)

 PREGHIERA

Dio, che ci sei Padre,
ti diamo lode e ti benediciamo
perché in Santa Gianna Beretta Molla
ci hai donato e fatto conoscere
una donna testimone del Vangelo
come giovane, sposa, madre e medico.
Ti ringraziamo perché,
anche attraverso il dono della sua vita,
ci fai imparare ad accogliere ed onorare
ogni creatura umana.

Tu, Signore Gesù,

sei stato per lei riferimento privilegiato.

Ti ha saputo riconoscere

nella bellezza della natura.

Mentre si interrogava sulla sua scelta di vita,

andava alla ricerca di te e del modo migliore per servirti.

Attraverso l’amore coniugale si è fatta segno

del tuo amore per la Chiesa e per l’umanità.

Come te, buon samaritano, si è fermata

accanto ad ogni persona malata, piccola e debole.

Sul tuo esempio e per amore,

ha donato tutta se stessa, generando nuova vita.

 

Spirito santo, fonte di ogni perfezione,

dona anche a noi sapienza, intelligenza e coraggio perché,

sull’esempio di Santa Gianna e per sua intercessione,

nella vita personale, familiare, professionale,

sappiamo metterci al servizio di ogni uomo e donna

e crescere così nell’amore e nella santità.

Amen.

Tratto da Scuola di Santità, AVE, 2008

Una festa per sentire che la pace può essere di casa!

Si può essere Chiesa anche nelle piazze e nelle periferie delle nostre città? Per l’Azione Cattolica diocesana la risposta è sì ed è quello che ha vissuto domenica 31 Gennaio a Sora. Dalle prime ore della mattina bambini, ragazzi giovani ed adulti si sono radunati nel quartiere di Pontrinio per la tradizionale Festa della Pace, appuntamento che ogni anno si ripete e vede l’associazione dire al territorio quanto è bello essere Chiesa. Lo slogan e il tema della festa, la Pace è di casa, non solo hanno permesso di aderire all’iniziativa della Presidenza Nazionale, ma anche di fermarsi a riflettere su una delle cinque vie del Convegno Ecclesiale di Firenze: abitare, come indicato dal nostro vescovo nella sua lettera pastorale. Ed è stato proprio su suggerimento di Mons. Gerardo, che la Presidenza diocesana, ha voluto dare forma a questa parola, vivendo la mattinata nella periferia della città anziché nel più frequentato centro e, nel pomeriggio, intrattenendosi a riflettere su questo tema con Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Non solo, l’AC diocesana ha voluto testimoniare il proprio desiderio di abitare il territorio, invitando a partecipare alla Celebrazione Eucaristica, presieduta dal nostro vescovo, i sindaci delle città che danno il nome alla nostra diocesi e registrando la squisita presenza del sindaco di Aquino, Libero Mazzaroppi, sempre molto sensibile e disponibile alle iniziative sociali della nostra diocesi.

Le sfide di oggi, in particolare quella riguardante la crisi immigratoria, costringono ad interrogarci sul ruolo di ognuno e sull’atteggiamento da assumere, che come ci dimostra la realtà, non può essere di chiusura né di indifferenza, rischio dal quale ci ha messo in guardia anche papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata mondiale della Pace (Vinci l’indifferenza e conquista la Pace). In una società dove è sempre più frequente trovarsi come compagni di viaggio persone di culture, lingue e origini diverse, l’accoglienza deve essere l’unica risposta da fornire a chi cerca solo una possibilità migliore lontano dalle difficoltà e i pericoli di casa sua; senza dimenticare le responsabilità del mondo occidentale nei confronti dei paesi dai quali i migranti fuggono (su questo particolare argomento sono molto chiare ed incisive le parole di papa Francesco, sia nella Evangelii Gaudium che nella Laudato Si’). E per assumere questo atteggiamento è fondamentale l’educazione. È partendo da queste riflessioni, che, come già detto, la Presidenza diocesana ha sposato l’iniziativa dell’AC nazionale. Quindi, oltre alla riflessione che in special modo i ragazzi dell’ACR hanno affrontato nei gruppi parrocchiali durante il mese della Pace, la nostra associazione diocesana ha dato sostanza a questo impegno attraverso la vendita, durante la festa, di un gadget (una tazza termosensibile) il cui ricavato sarà devoluto dall’Azione Cattolica Italiana alla diocesi di Agrigento per l’attuazione di alcuni progetti di solidarietà.

Tuttavia affinchè l’accoglienza non si traduca in un isolato esercizio di stile o in un edulcorato atteggiamento fine a se stesso è necessario che venga opportunamente declinata nel tempo e nello spazio della vita di ciascuno. La dimensione dell’abitare allora diviene imprescindibile. Abitare i tempi e i luoghi della nostra quotidianità ci impone, proprio come cristiani (“voi siete nel mondo” Gv 15,18), di vincere quella tentazione sempre attuale di indifferenza non soltanto verso il prossimo (a volte non necessariamente diverso da noi) ma anche verso la realtà che ci circonda. Ci impone di riappropriarci del bisogno di vivere da fratelli e non da estranei le “città” che popoliamo, di desiderare il bene comune più del favore personale e di prenderci cura dell’ambiente che ci circonda perché casa comune. In questo contesto si è inserito il contributo di Libera – coordinamento di movimenti e associazioni impegnate nella lotta contro le mafie e la difesa della legalità – e la testimonianza portata ai giovani e agli adulti durante il pomeriggio ha permesso di mettere a tema il verbo dell’abitare non solamente in una dimensione teorica ma anche in una prospettiva concreta fatta di volti, luoghi ed esperienze.

La conclusione non poteva che essere festosa e condivisa. Le riflessioni e le sollecitazioni emerse dalle attività e dai laboratori sono state sinteticamente portate all’attenzione di tutti, in modo da poter cogliere le due dimensioni dell’accogliere e dell’abitare in una prospettiva unica.

La speranza è che la giornata non sia rimasta un insieme di belle istantanee o una fugace apparizione per le strade della città di Sora, ma che abbia stimolato ciascuno a vivere responsabilmente ed attivamente il proprio impegno laicale anche al di fuori delle sagrestie e dalle sale parrocchiali e a voler essere Chiesa nel mondo e per il mondo. Allora la pace sarà di casa ogni volta che “arrederemo” con il nostro stile accogliente e misericordioso le relazioni quotidiane; la pace sarà di casa ogni volta che spenderemo il nostro tempo e le nostre energie per “intonacare” le crepe della corruzione e delle diseguaglianze sociali; la pace sarà di casa ogni volta che ci sentiremo custodi e non padroni del creato… ma inevitabilmente la pace sarà di casa ogni volta che lasceremo il Verbo abitare in mezzo a noi.

Nota (non tanto) a margine: prima dei saluti finali, ha fatto capolino su alcune magliette bianche il nuovo logo diocesano, fresco vincitore del concorso bandito dalla Presidenza diocesana. Anche nella forma il processo di unificazione della associazione diocesana ha fatto segnare un ulteriore passo in avanti e non mancheranno certo iniziative promozionali e gadgets per diffondere il nuovo logo dell’Azione Cattolica della Diocesi di Sora Cassino Aquino Pontecorvo ed una vera e propria SCAPmania.

I presidenti Diocesani, Antonio Accettola e Gianpaolo Pontone

Ma cosa è rimasto di questa giornata negli occhi e nel cuore dei partecipanti? Alcune testimonianze sapranno raccontarcelo di certo con semplicità ed efficacia:

Per me è stato il primo anno in cui ho partecipato alla festa della pace coinvolgendo anche il mio ragazzo. È stato bello vedere gli sguardi incuriositi dei passanti, l’entusiasmo di ragazzi, giovani e adulti che si sono riuniti, muniti di striscioni e tamburi. Lo slogan della mia parrocchia era “Semina amore raccogli pace”, una frase semplice per far germogliare nella vita di ognuno di noi piccoli semi di amore. Non è stata solo una domenica di gioco, ma anche di festa in famiglia dove tutti insieme abbiamo vissuto l’incontro, la comunione e la condivisione della parola pace e abbiamo abbandonato l’egoismo e l’indifferenza e ci siamo aperti all’accoglienza, alla solidarietà e all’attenzione verso il prossimo. Un momento sicuramente significativo è stata l’attività del pomeriggio in cui, dopo aver ascoltato alcune testimonianze di operatori e volontari dell’associazione Libera, con gli altri adulti presenti abbiamo fatto una riflessione su cosa voglia dire essere cristiani, vivere da cristiani ma nel mondo, non solo nelle sacrestie o nella nostra associazione! A partire dalla riflessione della lettera a Diogneto mi è rimasto di certo impresso che quello che l’anima è per il corpo è quello che ogni cristiano dev’essere per il mondo: portatore di pace e giustizia, di amore e misericordia ma non solo con le parole, bensì con azioni concrete!

  • Stefania Marrazza ( Giovane adulta della parrocchia Santa Maria della Valle, Selvone, Cassino)

Nel pomeriggio noi giovanissimi, con i giovani e gli adulti di AC, abbiamo incontrato i ragazzi dell’associazione Libera, i quali ci hanno spiegato di cosa si occupano, cioè la sensibilizzazione alla promozione della legalità, cosa che sentiamo ogni giorno più distante da noi, sollecitandoci ad essere cittadini attivi e ad andare contro l’ingiustizia e la corruzione. Ci hanno fatto analizzare prima la parola “corrotto”, chiedendoci cosa ci venga in mente quando la sentiamo pronunciare, e poi quella “corretto”. Successivamente abbiamo cercato analogie e contrasti tra le due parole, ognuno condividendo le proprie considerazioni. Siamo giunti alla conclusione che tutti noi siamo pronti a puntare il dito verso qualcuno che commette azioni illegali, ma chi di noi, nel proprio piccolo, non ha sbagliato mai? Chi è che ammette di aver commesso piccoli errori che contribuiscono agli scandali quotidiani della nostra società? Nessuno! Siamo tutti corresponsabili dell’esito negativo dell’andamento della nostra società e quindi anche delle nostre vite. Ecco perché dobbiamo essere cittadini più attivi, responsabili delle nostre scelte e azioni, perché con esse possiamo essere portatori di pace e giustizia!

  • Lucia di Pippo (Giovanissima della Parrocchia S.Giovanni Battista, Cassino)

Nel pomeriggio, noi 9/11, con alcuni educatori abbiamo imparato a conoscere persone differenti per cultura e religione. Divisi in quattro treni-squadre, abbiamo incontrato nelle varie stazioni quattro personaggi. Con diversi giochi, abbiamo aiutato i quattro nuovi passeggeri a superare delle prove e poter far vidimare il biglietto dal capotreno. Al termine, ogni personaggio protagonista della nostra attività, lasciava il suo timbro sul passaporto dell’ACR. Dopo i divertenti giochi, attraverso la visione di un video abbiamo riflettuto sulla presenza degli stranieri immigrati sui nostri territori e su come dobbiamo imparare ad accogliere il diverso, proprio come fatto nei giochi. Nell’occasione ci hanno presentato le tazze magiche spiegandoci che, i soldi raccolti nella giornata con la loro vendita, sarebbero stati donati alla diocesi di Agrigento per costruire una casa di accoglienza per ospitare gli immigrati. La festa della pace, come ogni anno, mi è piaciuta molto perché ho incontrato i miei amici del campo scuola e perché ho riflettuto sull’ importanza della pace e dell’ amore soprattutto in questo periodo dove ci sono persone in difficoltà che hanno bisogno di conforto e aiuto.

  • Lorenzo Lucchetti (11 anni, parrocchia S.Maria dei Fiori, Isola del Liri)

Dopo le attività della mattina, noi 12/14 ci siamo riuniti in una sala e, assieme alle educatrici Martina e Simona, abbiamo fatto una bellissima attività. Abbiamo visto un video, in esso c’erano delle persone bendate per strada che avevano vicino a sé degli scatoloni con la scritta “Io mi fido di te. Tu? Abbracciami”, ma non tutti quelli che passavano davanti a queste persone si fermavano e le abbracciavano. Partendo da questa visione, con degli scatoloni abbiamo costruito un muro sul quale abbiamo scritto tutto ciò che proviamo quando incontriamo nuove persone: paura, sfiducia, pregiudizi e tutte quelle cose che pensiamo quando non conosciamo bene una persona. Con l’aiuto di una volontaria di una casa di accoglienza e di un ragazzo di nome Mustufa, siamo riusciti a cambiare idea. Mustafa ci ha raccontato un po’ la storia della sua vita, che non è stata delle migliori. Ma le fatiche, i dolori, la paura, la tristezza sono stati sconfitti, nella sua vita, dall’amore di ogni cosa. La volontaria, invece, ci ha parlato di ciò che lei prova ogni volta che nuove persone arrivano in quella casa d’accoglienza e che lei accoglie ogni volta con molto amore, come se fossero tutti suoi figli. Così, noi abbiamo riflettuto e ripensato a ciò che avevamo scritto e a quali erano le nostre idee riguardo il prossimo. Tutti insieme siamo riusciti, grazie alle testimonianze dei nostri ospiti, a distruggere quel muro e a costruire una casa di pace dove imparare ad accogliere tutti senza pregiudizi.

  • Claudia Pagnanelli (13 anni, parrocchia S.Antonio e S.Restituta, Carnello)

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I domenica di Quaresima – 14 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4, 1-13)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Nelle tentazioni di Gesù possiamo vedere le tentazioni che colpiscono il credente di oggi. La tentazione di riporre il cuore nei beni materiali. Poiché la vita gli prsenta molteplici necessità l’uomo deve lavorare per farvi fronte. I beni materiali e il sostentamento necessario costituiscono per lui una necessità di vita. Tuttavia non può essere questo il principiale criterio della sua esistenza. Chi fa dei beni materiali il suo unico e principale obiettivo si vincola ad essi, si degrada dalla sua condizione di immagine di Dio per “materializzarsi”. i beni materiali si vive spesso la del potere. Non c’è dubbio che si tratti di una tentazione sempre forte nel cuore dell’uomo. Quando sentiamo nel cuore la tentazione del potere, in una qualunque delle sue manifestazioni, torniamo al vero culto di Dio che è l’oblazione di noi stessi, che è l’obbedienza incondizionata al suo piano sulla nostra esistenza, la semplicità del cuore e l’umile obbedienza. Ricordiamo che servire è regnare. Esiste un amore ordinato di se, che consiste nella realizzazione piena della persona nell’amore, nel bene, nell’amicizia con Dio. Esiste, tuttavia, anche un amore disordinato, che si chiama egoismo. In questo caso l’uomo guarda solo a se stesso, pensa solo al proprio interesse, si dimentica di Dio e dei suoi fratelli. È nel nostro cuore che il diavolo ci stuzzica con speciale veemenza. qui che si allea con le nostre passioni per distruggere la nostra vita. Per questo motivo, combattiamo a fianco di Gesù il buon combattimento della fede, l’adesione incondizionata al piano di Dio come vero amore per noi stessi, per Dio e per gli altri.

 
O Signore, all’inizio di questo tempo quaresimale ci inviti a meditare il racconto delle tentazioni perché riscopriamo il cuore della lotta spirituale e soprattutto perché sperimentiamo la vittoria sul male.
Fa’ luce in noi perché i nostri cuori, purificati da te, siano in grado di in entrare in dialogo con te. Se il fuoco del tuo amore divampa nel nostro cuore, al di là delle nostre aridità, può dilagare la vita vera, che è pienezza di gioia. Amen.



(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

“Misericordia io voglio e non sacrifici”. Il messaggio della Quaresima di Papa Francesco

«Lasciatevi riconciliare con Dio! … Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza». Con le parole di San Paolo nella lettera ai Corinzi, di questo Mercoledì delle Ceneri, si apre la Quaresima di questo Anno Giubilare, tempo favorevole per l’ascolto della Parola, per la preghiera e per la conversione del cuore di ognuno. Anche Papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima 2016 invita tutta la comunità di Dio ad accogliere l’azione misericordiosa di Dio, offrendo a tutti i cristiani alcuni spunti utili per vivere al meglio questo tempo forte in preparazione alla Pasqua.
Di seguito, il testo integrale.

1. Maria, icona di una Chiesa che evangelizza perché evangelizzata
Nella Bolla d’indizione del Giubileo ho rivolto l’invito affinché «la Quaresima di quest’anno giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio» (Misericordiae Vultus, 17). Con il richiamo all’ascolto della Parola di Dio ed all’iniziativa «24 ore per il Signore» ho voluto sottolineare il primato dell’ascolto orante della Parola, in specie quella profetica. La misericordia di Dio è infatti un annuncio al mondo: ma di tale annuncio ogni cristiano è chiamato a fare esperienza in prima persona. E’ per questo che nel tempo della Quaresima invierò i Missionari della Misericordia perché siano per tutti un segno concreto della vicinanza e del perdono di Dio.

Per aver accolto la Buona Notizia a lei rivolta dall’arcangelo Gabriele, Maria, nel Magnificat, canta profeticamente la misericordia con cui Dio l’ha prescelta. La Vergine di Nazaret, promessa sposa di Giuseppe, diventa così l’icona perfetta della Chiesa che evangelizza perché è stata ed è continuamente evangelizzata per opera dello Spirito Santo, che ha fecondato il suo grembo verginale. Nella tradizione profetica, la misericordia ha infatti strettamente a che fare, già a livello etimologico, proprio con le viscere materne (rahamim) e anche con una bontà generosa, fedele e compassionevole (hesed), che si esercita all’interno delle relazioni coniugali e parentali.

2. L’alleanza di Dio con gli uomini: una storia di misericordia
Il mistero della misericordia divina si svela nel corso della storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo Israele. Dio, infatti, si mostra sempre ricco di misericordia, pronto in ogni circostanza a riversare sul suo popolo una tenerezza e una compassione viscerali, soprattutto nei momenti più drammatici quando l’infedeltà spezza il legame del Patto e l’alleanza richiede di essere ratificata in modo più stabile nella giustizia e nella verità. Siamo qui di fronte ad un vero e proprio dramma d’amore, nel quale Dio gioca il ruolo di padre e di marito tradito, mentre Israele gioca quello di figlio/figlia e di sposa infedeli. Sono proprio le immagini familiari – come nel caso di Osea (cfr Os 1-2) – ad esprimere fino a che punto Dio voglia legarsi al suo popolo.

Questo dramma d’amore raggiunge il suo vertice nel Figlio fatto uomo. In Lui Dio riversa la sua misericordia senza limiti fino al punto da farne la «Misericordia incarnata» (Misericordiae Vultus, 8). In quanto uomo, Gesù di Nazaret è infatti figlio di Israele a tutti gli effetti. E lo è al punto da incarnare quel perfetto ascolto di Dio richiesto ad ogni ebreo dallo Shemà, ancora oggi cuore dell’alleanza di Dio con Israele: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Il Figlio di Dio è lo Sposo che fa di tutto per guadagnare l’amore della sua Sposa, alla quale lo lega il suo amore incondizionato che diventa visibile nelle nozze eterne con lei.

Questo è il cuore pulsante del kerygma apostolico, nel quale la misericordia divina ha un posto centrale e fondamentale. Esso è «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Esort. ap.Evangelii gaudium, 36), quel primo annuncio che «si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi» (ibid., 164). La Misericordia allora «esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere» (Misericordiae Vultus, 21), ristabilendo proprio così la relazione con Lui. E in Gesù crocifisso Dio arriva fino a voler raggiungere il peccatore nella sua più estrema lontananza, proprio là dove egli si è perduto ed allontanato da Lui. E questo lo fa nella speranza di poter così finalmente intenerire il cuore indurito della sua Sposa.

3. Le opere di misericordia
La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia. È un miracolo sempre nuovo che la misericordia divina si possa irradiare nella vita di ciascuno di noi, motivandoci all’amore del prossimo e animando quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spirituale. Esse ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo. Perciò ho auspicato «che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporali e spirituali. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina» (ibid., 15). Nel povero, infatti, la carne di Cristo «diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura» (ibid.). Inaudito e scandaloso mistero del prolungarsi nella storia della sofferenza dell’Agnello Innocente, roveto ardente di amore gratuito davanti al quale ci si può come Mosè solo togliere i sandali (cfr Es 3,5); ancor più quando il povero è il fratello o la sorella in Cristo che soffrono a causa della loro fede.

Davanti a questo amore forte come la morte (cfr Ct 8,6), il povero più misero si rivela essere colui che non accetta di riconoscersi tale. Crede di essere ricco, ma è in realtà il più povero tra i poveri. Egli è tale perché schiavo del peccato, che lo spinge ad utilizzare ricchezza e potere non per servire Dio e gli altri, ma per soffocare in sé la profonda consapevolezza di essere anch’egli null’altro che un povero mendicante. E tanto maggiore è il potere e la ricchezza a sua disposizione, tanto maggiore può diventare quest’accecamento menzognero. Esso arriva al punto da neppure voler vedere il povero Lazzaro che mendica alla porta della sua casa (cfr Lc 16,20-21), il quale è figura del Cristo che nei poveri mendica la nostra conversione. Lazzaro è la possibilità di conversione che Dio ci offre e che forse non vediamo. E quest’accecamento si accompagna ad un superbo delirio di onnipotenza, in cui risuona sinistramente quel demoniaco «sarete come Dio» (Gen 3,5) che è la radice di ogni peccato. Tale delirio può assumere anche forme sociali e politiche, come hanno mostrato i totalitarismi del XX secolo, e come mostrano oggi le ideologie del pensiero unico e della tecnoscienza, che pretendono di rendere Dio irrilevante e di ridurre l’uomo a massa da strumentalizzare. E possono attualmente mostrarlo anche le strutture di peccato collegate ad un modello di falso sviluppo fondato sull’idolatria del denaro, che rende indifferenti al destino dei poveri le persone e le società più ricche, che chiudono loro le porte, rifiutandosi persino di vederli.

Per tutti, la Quaresima di questo Anno Giubilare è dunque un tempo favorevole per poter finalmente uscire dalla propria alienazione esistenziale grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia. Se mediante quelle corporali tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati, quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori. Le opere corporali e quelle spirituali non vanno perciò mai separate. È infatti proprio toccando nel misero la carne di Gesù crocifisso che il peccatore può ricevere in dono la consapevolezza di essere egli stesso un povero mendicante. Attraverso questa strada anche i “superbi”, i “potenti” e i “ricchi” di cui parla il Magnificat hanno la possibilità di accorgersi di essere immeritatamente amati dal Crocifisso, morto e risorto anche per loro. Solo in questo amore c’è la risposta a quella sete di felicità e di amore infiniti che l’uomo si illude di poter colmare mediante gli idoli del sapere, del potere e del possedere. Ma resta sempre il pericolo che, a causa di una sempre più ermetica chiusura a Cristo, che nel povero continua a bussare alla porta del loro cuore, i superbi, i ricchi ed i potenti finiscano per condannarsi da sé a sprofondare in quell’eterno abisso di solitudine che è l’inferno. Ecco perciò nuovamente risuonare per loro, come per tutti noi, le accorate parole di Abramo: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro» (Lc 16,29). Quest’ascolto operoso ci preparerà nel modo migliore a festeggiare la definitiva vittoria sul peccato e sulla morte dello Sposo ormai risorto, che desidera purificare la sua promessa Sposa, nell’attesa della sua venuta.

Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione! Lo chiediamo per l’intercessione materna della Vergine Maria, che per prima, di fronte alla grandezza della misericordia divina a lei donata gratuitamente, ha riconosciuto la propria piccolezza (cfr Lc 1,48), riconoscendosi come l’umile serva del Signore (cfr Lc 1,38).4