Domenica delle Palme – 20 marzo 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 19, 28-40)

Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui. E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno». Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto. Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché sciogliete il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:

«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore
.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».

Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

L’entrata in Gerusalemme di Gesù avviene nella gloria, nel luogo che lo vedrà nel pianto, dopo qualche giorno, presso il Monte degli ulivi. Tutto avviene con la massima mobilitazione che Gesù stesso vuole e prepara, con intorno forti espressioni di benvenuto e di gioia da parte della gente. L’azione non passa inosservata, la folla anzi canta e rumoreggia, lode e benedice “Colui che che viene nel nome del Signore”. La gente che conosce il Messia stende i mantelli per terra al suo passaggio. Ai faresei la cosa crea disturbo e chiedono a Gesù di placare i suoi discepoli. La risposta di Gesù risuona forte e chiara ancora oggi, soprattutto in mezzo ai cristiani perseguitati in molte parti del mondo.

Ti ringraziamo Gesù perché continuiamo a sentirti vicino, anche nei momenti di difficoltà, di dura prova e smarrimento. Ci resta solo la fede, la nostra speranza è che tu non ci abbandoni. In questa prova misuri la nostra fede. Ti chiediamo di renderla sempre più viva. 

(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

V domenica di Quaresima – 13 marzo 2016

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

I farisei erano certamente uomini duri da  cambiare. Una scorza di orgoglio li teneva lontani da Dio. Guardavano con disprezzo e alterigia gli altri, che moralmente non erano alla loro altezza. Perciò, non hanno il minimo scrupolo a mettere in imbaraz pubblicamente una donna che era stata sorpresa a commettere peccato. Svelare in pubblico le miserie altrui, solo per smania di autogiustificazione, è una viltà di cuore. Chi fa questo si è allontanato dalla verità e, pertanto, dall’amore. Chiediamo a Dio di non permettere mai che formiamo in noi stessi una coscienza farisaica, per evitare che, ritenendoci migliori, permettiamo noi stessi di calpestare il nostro prossimo e di esporlo davanti agli altri. Piuttosto, preghiamo che il nostro parlare e il nostro agire, riguardo al peccato del prossimo, sia sempre accorto, cari tatevole, imparando nell’intimo a perdonare le mancanze. Gesù, davanti ai farisei, difende simultaneamente la verità e la misericordia con una risposta meravigliosa: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E ancora «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». La donna, ancora piena di spavento, risponde: «Nessuno, Signore». Gesù conclude: «Neanch’io i condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Come sarà ta da quell’esperienza quella donna! Quale sensazione di gioia pace! oggi Cristo dice a noi: «Neanche io ti condan no». Perciò, non condannare te stesso, non ti deprimere, non ti abbattere. Abbi piena fiducia in me, rialzati, e percorri con amore la parte della tua vita che hai ancora davanti”. Parole sufficienti a cambiare una vita, perché se Dio non mi condanna, se non mi abbandona, se sta sempre al mio fianco, cosa posso temere? Potrò avere malattie, perfino quelle che sono più dolo rose o umilianti; potrò subire fallimenti di ogni tipo, umiliazioni profonde… Cristo mi dice: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”

O Signore, mentre scribi e farisei usano questa donna per accusarti, tu sei preoccupato di metterla al centro e riabilitarla. Aiutaci a crescere, a uscire da noi stessi, a non essere preoccupati di noi. O Signore Gesù, tu non giudichi e non condanni questa donna ma la rendi capace di prendere in mano e raddrizzare la sua vita. O Signore, rendici sempre consapevoli delle nostre fragilità perché il nostro cuore sia pieno di misericordia e compassione verso tutti

(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

IV domenica di Quaresima – 6 marzo 2016

Dal vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Il fratello maggiore della parabola rappresenta in modo eminente i farisei e gli scribi che abbiamo incontrato all’inizio del capitolo 15. Il figlio se ne va dalla casa del padre e vi ritorna, lo si è interpretato nella grande tradizione cristiana talvolta come l’intera umanità che, allontanatasi dal giardino di Dio, ora vi ritorna; altre volte come il segno di tutte le “genti” che finalmente s’incontrano con Dio. Certamente, dunque, il tema privilegiato della parabola è quello del dramma del peccatore, del suo pentimento, e del suo ritorno al Padre. Certamente il grande protagonista della vicenda è il Padre, la sua attesa del figlio perduto e la festa che egli indice per questo figlio perduto e ritrovato morto e risuscitato. Ma senza dubbio la grande sfida e il grande interrogativo della parabola è il figlio maggiore. La narrazione resta sospesa su di un interrogativo delicatissimo e decisivo: accetterà egli di entrare nella Casa dove il Padre festeggia il fratello che tutto ha dissipato e ora viene circondato da tali segni di gioia e di affetto? L’interrogativo riguarda ciascuno di noi oggi, e l’intera comunità credente; il fratello maggiore, e quindi lo spirito farisaico, accompagna incessantemente le generazioni credenti, e la stessa vicenda di ogni discepolo del Signore: Siamo in grado di accettare e di celebrare noi stessi la misura divina? I Gesù, mette infinita della detto attraverso la l in gioco tutto quello che prima ha a pienezza quello che la parabola esplicita e porta e l’attesa senso profondo di tutta la profezia padri ebrei. Israele sempre stato avvolto dalla mie dei divina. Ora, però, deve accettare l’esplicitazione di questo scandalo finale”, l’essere, cioè, tale misericordia non solo quel la che conduce Israele a ravvedersi e a trovare una vita nuova ma l’ultima parola di Dio stesso. Se si percorre il testo con attenzione, si può verificare quanto per tenue anche la motivazione che porta il figlio minore a ritornare verso la Casa del Padre: l’essere tra i servi di suo Padre e mangiare il loro pane sono la prospettiva in cui si colloca. Tutto quello che in realtà succede è del tutto al di la d ogni possibile aspettativa. E appare superiore a ogni possibile comprensione del fratello maggiore: ma tale è il Padre di due figli!

Signore Gesù, coloro che ascoltano sono provocati e messi di fronte alla verità di se stessi. Tu anche oggi parli alla nostra vita, alla nostra anima. Il Padre ci aspetta sempre e il suo abbraccio ci accoglie a ogni nostro ritorno. O Signore, nostro Padre fa che mai ci vergogniamo di tornare dopo il peccato e rompi le barriere che ci siamo costruiti per paura di amare e soffrire, spingici in mare aperto a vivere nella pienezza della tua libertà.

(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

III domenica di Quaresima – 28 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13, 1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Il Vangelo ci sprona alla conversione del cuore. L’idea di fondo è chiara: noi non siamo meno peccatori degli altri, che hanno subito una morte ignominiosa. Tutti siamo altrettanto peccatori, e tutti abbiamo bisogno della misericordia divina. E questa misericordia divina è quella che viene sp abbondantemente in questo tempo quaresimale. E ora il tempo della salvezza, è questo il tempo della conversione.

La parabola del fico sterile ci mostra la pazienza aspetta sempre il momento opportuno per la conversione del peccatore. Vediamo che la nostra vita è, in un certo modo, la visita buon agricoltore che vanga e cura il fico affinché dia frutto. Questa conversione ha luogo dentro l’uomo, quando l’uomo entra dentro stesso e rende autentica la sua vita, quando vede che le sue azioni non corrispondono con ciò che professa e, come il cieco dalla strada, supplica: «Figlio di David, pietà di me». Non è sensato rimandare la conversione dell’ani ma. Non lo è, perché non sappiamo l’ora del termine finale de nostro passaggio su questa terra. Non lo è, perché solo la con versione a Dio ci rende davvero felici e ricolma la nostra anima di frutti. Non lo è, perché anche gli altri fratelli, che pure son di passaggio, insieme a me, in questa vita hanno bisogno di Di e della mia testimonianza di vita.

O Signore Gesù, tu che non ti sei adeguato alla mentalità di collegare le disgrazie alla colpa e alla vergogna, guarda con tenerezza a tutti quelli, poveri, esclusi e sofferenti ai quali alla disgrazia è aggiunto il giudizio della gente o Signore Gesù, donaci la lucidità di imparare dai fatti, di comprendere la lezione dagli errori che ci hanno causato dolori. E rendi il nostro cuore capace, libero dai condizionamenti, di scegliere il bene.

(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

II domenica di Quaresima – 21 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

L’episodio avviene prima della salita di Gesù a Gerusalemme quando l’attività in Galilea sta per concludersi e i la pro interrogano della missione di Gesù. Nonostante professione di fede di Pietro, i discepoli faticano a entrare in una logica diversa da quella umana. Per loro non è scontato accettare la croce nella propria vita. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, che in precedenza erano stati testimoni della vittoria di Gesù sulla morte, e sale sul monte a pregare. Mentre vive questo momento di intimità con il Padre, cambia aspetto. Gesù vuol far capire ai suoi discepoli che per penetrare nel progetto di Dio ed essere da lui trasformati è necessario fare spazio nella propria vita ad un dialogo profondo con il Padre. Mosè, che rappresenta la legge, ed Elia, che rappresenta i profeti, sono uomini la cui missione è passata attraverso il dramma della prova. Essi parlano con Gesù «del suo esodo (la morte) che sarebbe avvenuto a Gerusalemme, e gli mostrano come tutto ciò fosse in conformità con il piano divino della Salvezza: la gloria di Gesù passa per il dono totale di sé. I discepoli vedono la gloria di Gesù senza capire che è la sofferenza che permette di entrarvi. La nube rappresenta la presenza di Dio, ed è per questo che i discepoli si intimoriscono. La «voce» che esce dalla nube svela pienamente l’identità di Gesù: è colui che è perfettamente obbediente alla volontà del Padre, in intima comunione con lui nella preghiera, nella sofferenza e nella gloria. Da qui la conseguenza dell’ascolto I discepoli si dispongono a proseguire il cammino nella sequela di Gesù ascolto della sua parola rimanendo in silenzio. Solo alla luce della Pasqua sapranno, con coraggio, esserne testimoni.

 
Signore Gesù, in questa domenica ci sveli la vera e definitiva condizione umana nella tua trasfigurazione. Ti ringraziamo che ci hai resi partecipi della tua vita gloriosa nella celebrazione eucaristica. o Signore Gesù, tu sei sempre al nostro fianco, specialmente nei momenti difficili. Arricchisci la nostra esperienza di vita con la certezza della nostra risurrezione e ancora il nostro desiderio di felicità nella tua vita risorta.

(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

 

I domenica di Quaresima – 14 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4, 1-13)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Nelle tentazioni di Gesù possiamo vedere le tentazioni che colpiscono il credente di oggi. La tentazione di riporre il cuore nei beni materiali. Poiché la vita gli prsenta molteplici necessità l’uomo deve lavorare per farvi fronte. I beni materiali e il sostentamento necessario costituiscono per lui una necessità di vita. Tuttavia non può essere questo il principiale criterio della sua esistenza. Chi fa dei beni materiali il suo unico e principale obiettivo si vincola ad essi, si degrada dalla sua condizione di immagine di Dio per “materializzarsi”. i beni materiali si vive spesso la del potere. Non c’è dubbio che si tratti di una tentazione sempre forte nel cuore dell’uomo. Quando sentiamo nel cuore la tentazione del potere, in una qualunque delle sue manifestazioni, torniamo al vero culto di Dio che è l’oblazione di noi stessi, che è l’obbedienza incondizionata al suo piano sulla nostra esistenza, la semplicità del cuore e l’umile obbedienza. Ricordiamo che servire è regnare. Esiste un amore ordinato di se, che consiste nella realizzazione piena della persona nell’amore, nel bene, nell’amicizia con Dio. Esiste, tuttavia, anche un amore disordinato, che si chiama egoismo. In questo caso l’uomo guarda solo a se stesso, pensa solo al proprio interesse, si dimentica di Dio e dei suoi fratelli. È nel nostro cuore che il diavolo ci stuzzica con speciale veemenza. qui che si allea con le nostre passioni per distruggere la nostra vita. Per questo motivo, combattiamo a fianco di Gesù il buon combattimento della fede, l’adesione incondizionata al piano di Dio come vero amore per noi stessi, per Dio e per gli altri.

 
O Signore, all’inizio di questo tempo quaresimale ci inviti a meditare il racconto delle tentazioni perché riscopriamo il cuore della lotta spirituale e soprattutto perché sperimentiamo la vittoria sul male.
Fa’ luce in noi perché i nostri cuori, purificati da te, siano in grado di in entrare in dialogo con te. Se il fuoco del tuo amore divampa nel nostro cuore, al di là delle nostre aridità, può dilagare la vita vera, che è pienezza di gioia. Amen.



(dai sussidi di preghiera personale di Azione Cattolica)

“Misericordia io voglio e non sacrifici”. Il messaggio della Quaresima di Papa Francesco

«Lasciatevi riconciliare con Dio! … Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza». Con le parole di San Paolo nella lettera ai Corinzi, di questo Mercoledì delle Ceneri, si apre la Quaresima di questo Anno Giubilare, tempo favorevole per l’ascolto della Parola, per la preghiera e per la conversione del cuore di ognuno. Anche Papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima 2016 invita tutta la comunità di Dio ad accogliere l’azione misericordiosa di Dio, offrendo a tutti i cristiani alcuni spunti utili per vivere al meglio questo tempo forte in preparazione alla Pasqua.
Di seguito, il testo integrale.

1. Maria, icona di una Chiesa che evangelizza perché evangelizzata
Nella Bolla d’indizione del Giubileo ho rivolto l’invito affinché «la Quaresima di quest’anno giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio» (Misericordiae Vultus, 17). Con il richiamo all’ascolto della Parola di Dio ed all’iniziativa «24 ore per il Signore» ho voluto sottolineare il primato dell’ascolto orante della Parola, in specie quella profetica. La misericordia di Dio è infatti un annuncio al mondo: ma di tale annuncio ogni cristiano è chiamato a fare esperienza in prima persona. E’ per questo che nel tempo della Quaresima invierò i Missionari della Misericordia perché siano per tutti un segno concreto della vicinanza e del perdono di Dio.

Per aver accolto la Buona Notizia a lei rivolta dall’arcangelo Gabriele, Maria, nel Magnificat, canta profeticamente la misericordia con cui Dio l’ha prescelta. La Vergine di Nazaret, promessa sposa di Giuseppe, diventa così l’icona perfetta della Chiesa che evangelizza perché è stata ed è continuamente evangelizzata per opera dello Spirito Santo, che ha fecondato il suo grembo verginale. Nella tradizione profetica, la misericordia ha infatti strettamente a che fare, già a livello etimologico, proprio con le viscere materne (rahamim) e anche con una bontà generosa, fedele e compassionevole (hesed), che si esercita all’interno delle relazioni coniugali e parentali.

2. L’alleanza di Dio con gli uomini: una storia di misericordia
Il mistero della misericordia divina si svela nel corso della storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo Israele. Dio, infatti, si mostra sempre ricco di misericordia, pronto in ogni circostanza a riversare sul suo popolo una tenerezza e una compassione viscerali, soprattutto nei momenti più drammatici quando l’infedeltà spezza il legame del Patto e l’alleanza richiede di essere ratificata in modo più stabile nella giustizia e nella verità. Siamo qui di fronte ad un vero e proprio dramma d’amore, nel quale Dio gioca il ruolo di padre e di marito tradito, mentre Israele gioca quello di figlio/figlia e di sposa infedeli. Sono proprio le immagini familiari – come nel caso di Osea (cfr Os 1-2) – ad esprimere fino a che punto Dio voglia legarsi al suo popolo.

Questo dramma d’amore raggiunge il suo vertice nel Figlio fatto uomo. In Lui Dio riversa la sua misericordia senza limiti fino al punto da farne la «Misericordia incarnata» (Misericordiae Vultus, 8). In quanto uomo, Gesù di Nazaret è infatti figlio di Israele a tutti gli effetti. E lo è al punto da incarnare quel perfetto ascolto di Dio richiesto ad ogni ebreo dallo Shemà, ancora oggi cuore dell’alleanza di Dio con Israele: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Il Figlio di Dio è lo Sposo che fa di tutto per guadagnare l’amore della sua Sposa, alla quale lo lega il suo amore incondizionato che diventa visibile nelle nozze eterne con lei.

Questo è il cuore pulsante del kerygma apostolico, nel quale la misericordia divina ha un posto centrale e fondamentale. Esso è «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Esort. ap.Evangelii gaudium, 36), quel primo annuncio che «si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi» (ibid., 164). La Misericordia allora «esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere» (Misericordiae Vultus, 21), ristabilendo proprio così la relazione con Lui. E in Gesù crocifisso Dio arriva fino a voler raggiungere il peccatore nella sua più estrema lontananza, proprio là dove egli si è perduto ed allontanato da Lui. E questo lo fa nella speranza di poter così finalmente intenerire il cuore indurito della sua Sposa.

3. Le opere di misericordia
La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia. È un miracolo sempre nuovo che la misericordia divina si possa irradiare nella vita di ciascuno di noi, motivandoci all’amore del prossimo e animando quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spirituale. Esse ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo. Perciò ho auspicato «che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporali e spirituali. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina» (ibid., 15). Nel povero, infatti, la carne di Cristo «diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura» (ibid.). Inaudito e scandaloso mistero del prolungarsi nella storia della sofferenza dell’Agnello Innocente, roveto ardente di amore gratuito davanti al quale ci si può come Mosè solo togliere i sandali (cfr Es 3,5); ancor più quando il povero è il fratello o la sorella in Cristo che soffrono a causa della loro fede.

Davanti a questo amore forte come la morte (cfr Ct 8,6), il povero più misero si rivela essere colui che non accetta di riconoscersi tale. Crede di essere ricco, ma è in realtà il più povero tra i poveri. Egli è tale perché schiavo del peccato, che lo spinge ad utilizzare ricchezza e potere non per servire Dio e gli altri, ma per soffocare in sé la profonda consapevolezza di essere anch’egli null’altro che un povero mendicante. E tanto maggiore è il potere e la ricchezza a sua disposizione, tanto maggiore può diventare quest’accecamento menzognero. Esso arriva al punto da neppure voler vedere il povero Lazzaro che mendica alla porta della sua casa (cfr Lc 16,20-21), il quale è figura del Cristo che nei poveri mendica la nostra conversione. Lazzaro è la possibilità di conversione che Dio ci offre e che forse non vediamo. E quest’accecamento si accompagna ad un superbo delirio di onnipotenza, in cui risuona sinistramente quel demoniaco «sarete come Dio» (Gen 3,5) che è la radice di ogni peccato. Tale delirio può assumere anche forme sociali e politiche, come hanno mostrato i totalitarismi del XX secolo, e come mostrano oggi le ideologie del pensiero unico e della tecnoscienza, che pretendono di rendere Dio irrilevante e di ridurre l’uomo a massa da strumentalizzare. E possono attualmente mostrarlo anche le strutture di peccato collegate ad un modello di falso sviluppo fondato sull’idolatria del denaro, che rende indifferenti al destino dei poveri le persone e le società più ricche, che chiudono loro le porte, rifiutandosi persino di vederli.

Per tutti, la Quaresima di questo Anno Giubilare è dunque un tempo favorevole per poter finalmente uscire dalla propria alienazione esistenziale grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia. Se mediante quelle corporali tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati, quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori. Le opere corporali e quelle spirituali non vanno perciò mai separate. È infatti proprio toccando nel misero la carne di Gesù crocifisso che il peccatore può ricevere in dono la consapevolezza di essere egli stesso un povero mendicante. Attraverso questa strada anche i “superbi”, i “potenti” e i “ricchi” di cui parla il Magnificat hanno la possibilità di accorgersi di essere immeritatamente amati dal Crocifisso, morto e risorto anche per loro. Solo in questo amore c’è la risposta a quella sete di felicità e di amore infiniti che l’uomo si illude di poter colmare mediante gli idoli del sapere, del potere e del possedere. Ma resta sempre il pericolo che, a causa di una sempre più ermetica chiusura a Cristo, che nel povero continua a bussare alla porta del loro cuore, i superbi, i ricchi ed i potenti finiscano per condannarsi da sé a sprofondare in quell’eterno abisso di solitudine che è l’inferno. Ecco perciò nuovamente risuonare per loro, come per tutti noi, le accorate parole di Abramo: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro» (Lc 16,29). Quest’ascolto operoso ci preparerà nel modo migliore a festeggiare la definitiva vittoria sul peccato e sulla morte dello Sposo ormai risorto, che desidera purificare la sua promessa Sposa, nell’attesa della sua venuta.

Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione! Lo chiediamo per l’intercessione materna della Vergine Maria, che per prima, di fronte alla grandezza della misericordia divina a lei donata gratuitamente, ha riconosciuto la propria piccolezza (cfr Lc 1,48), riconoscendosi come l’umile serva del Signore (cfr Lc 1,38).4